Marco lo racconta così: stava guardando un paio di scarpe su un ecommerce, sotto al prezzo una scritta, “acquista da app per un 5% extra di sconto”. Ha scaricato l’app. È entrato, senza accorgersene, nel meccanismo di retention del brand.
È l’esempio con cui parte la puntata di Ecommerce Jungle con Mattia Farina, co-founder di Mumble e di Shoppy, piattaforma che permette a un merchant Shopify di configurare un’app nativa iOS e Android senza costruire tutto da zero. Il tema, però, va oltre lo strumento: riguarda quando un’app ecommerce Shopify smette di essere un costo accessorio e diventa app come canale di vendita a tutti gli effetti, con logiche, dati e responsabilità proprie.
Un’app non porta nuovi clienti: aumenta il valore di chi il brand ha già conquistato. Le leve misurabili citate da Farina sono la frequenza d’acquisto, 2,5 volte superiore rispetto al sito, e l’average order value, più alto dal 10 al 30%. Le app vengono aperte, in media, cinque volte più spesso di un sito web.
Per questo un’app ecommerce Shopify ha senso solo oltre una soglia precisa: flusso costante di clienti e retention già superiore al 15-18%. Sotto quella soglia, prima di pensare all’app c’è ancora lavoro da fare su acquisizione e posizionamento.
C’è una condizione che precede qualunque categoria merceologica: la community. Senza una fan base che già segue il brand, il download dell’app diventa il vero collo di bottiglia. Con una community solida, invece, drop esclusivi, accessi anticipati e notifiche mirate diventano leve che rafforzano un legame esistente, non che lo creano dal nulla. Prodotti a rotazione veloce, fashion e beauty in testa, si prestano meglio di categorie ad acquisto sporadico come mobili o elettrodomestici.
Qui la puntata tocca il punto che a un system integrator interessa di più. Primo: nessun lock-in. L’app viene pubblicata sugli store di proprietà del brand, non del vendor: se il brand cambia strumento, l’app resta sua, gli utenti non si perdono. Secondo: lo storefront è nativo e headless, ma eredita al primo install checkout, pagamenti, login, collezioni e giacenze già presenti su Shopify, quindi il flusso ordini resta identico. Terzo: con Shopify Markets è possibile differenziare storefront, saldi e collezioni per mercato, un tema tutt’altro che scontato per chi vende in più Paesi.
Usate bene, le notifiche push raggiungono il 100% dell’audience su un asset di proprietà, senza i costi crescenti del remarketing. Usate con frequenza e contenuto ripetitivi, esauriscono in fretta l’attenzione. La distinzione utile è tra notifiche transazionali, legate al comportamento come carrello abbandonato o back in stock, e notifiche editoriali, con cadenza più diradata e contenuti di valore reale.
I modelli di pricing osservati, una parte fissa più una percentuale sul transato, permettono ai brand più piccoli di rientrare in due o tre mesi. Per i prodotti a basso margine, dove ogni punto percentuale sul transato pesa, la trattativa sulla fee diventa parte della decisione strategica quanto la scelta stessa di fare l’app.
SEISNET non vende app builder né piattaforme proprietarie: lavora come partner tecnico su Shopify, occupandosi di architettura, integrazioni e continuità operativa quando un brand estende il proprio ecosistema oltre il sito. La domanda da porsi prima di scegliere lo strumento non è quale app builder usare, ma se i dati di retention, fan base e frequenza d’acquisto raccontano già una storia pronta per questo passo, e quale architettura serve per non ritrovarsi vincolati a un fornitore.
Se vuoi leggere i tuoi dati di retention prima di decidere se e come sviluppare un canale come questo, parliamone.